L’adorazione dell’imperatore - Con Diocleziano si accentuò la forma sacrale della figura dell’imperatore. Il sovrano divenne quindi un uomo diverso dagli altri, più vicino alla divinità che ai normali esseri umani. Per questo alla sua presenza i sudditi dovevano seguire un rigido cerimoniale di corte.
Gli imperatori e la corte erano, ora e per sempre, circondati dalle forme di quel cerimoniale che, dopo una lunga storia, ricevette adesso l’aspetto definitivo destinato a permanere nel futuro. L’autorità della carica imperiale doveva acquistare un carattere di sacralità e d’inviolabilità, e perciò essere al sicuro da ogni attacco. Senza denominarsi personalmente dio, Diocleziano sottolineò fra l’altro questa inavvicinabile e sovrumana caratteristica della propria autorità con il titolo di Giovio[1], che necessariamente circondava la persona dell’imperatore di una speciale aura di sacrosantità. Sotto questo aspetto non ha alcuna importanza se l’adorazione che si pretendeva dai sudditi assumesse le forme tradizionali del culto imperiale che nel signore del mondo vedeva un dio, o se fosse questo un culto prestato al genio[2] degli imperatori come genio stesso di Giove e di Ercole operante in loro o se, infine, nel Giovio e nell’Erculeo fossero da riconoscere soltanto i favoriti degli dei, scelti da quelli per restaurare l’impero romano. L’assunzione del titolo di Giovio da parte di Diocleziano non solo determinò il fissarsi in maniera salda e duratura dell’aspetto dell’imperator ricalcato su quello di Giove, ma, per di più, con il trascorrere del tempo realizzò l’agognata santificazione del potere imperiale e del suo detentore in modo così completo e solido che nemmeno il sopraggiungere di una nuova religione poté avere ragione del concetto della divina consacrazione del sovrano. A questo riguardo occasionalmente, in questo periodo, compare l’aureola, il nimbus, espressione tangibile dello splendore interno della divina illuminazione che risiede nell’imperatore. Nell’avere dato forma definitiva e obbligatoria al cerimoniale di corte, e solo in questo, si può trovare qualche giustificazione del verdetto di quegli autori che fanno di Diocleziano il responsabile dell’introduzione di tale cerimoniale, caratteristica distintiva della fondamentale differenza tra il princeps e l’imperatore autocratico. Il fatto che tanto i contemporanei quanto i posteri videro il parallelo di questa manifestazione di spiccata autocrazia nella Persia non può essere, a dire il vero, invocato per dimostrare che Diocleziano desunse tutte queste cose direttamente dalla corte sassanide[3], ma piuttosto fa pensare che, per quanto fossero già in atto molte somiglianze, il modello orientale abbia influenzato la sua decisione di creare un ordine del cerimoniale fisso. Non sarebbe il solo esempio della storia di un vincitore che desume qualcosa dal vinto.
[1] Nel sistema tetrarchico instaurato da Diocleziano i due Augusti assunsero l’appellativo di Giovio (dal dio Giove) ed Erculeo (dal dio Ercole).
[2] Per gli antichi il genio era lo spirito che guidava gli uomini nella loro vita oppure proteggeva una città, un popolo o un territorio. Poteva essere un essere immaginario oppure una persona reale.
[3] I Sassanidi erano la dinastia regnante in Persia dal III secolo.
- WILHELM ENSSLIN - Le riforme di Diocleziano, in Storia del mondo antico, Cambridge University, Garzanti, Milano, 1974 - Forma Scarica
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