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ROBERTO ESPOSITO - Communitas. Origine e destino della comunità - Comunità

Attraverso un’analisi abbastanza serrata di alcuni pensatori cardine della storia della filosofia (Hobbes, Rousseau, Kant, Heidegger e Bataille in primis) Roberto Esposito, docente di filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, sviluppa il suo discorso intorno al concetto di comunità (Communitas).

Nel suo volume Communitas. Origine e destino della comunità, afferma che «La comunità (è)... una proprietà dei soggetti che accomuna: un attributo, una determinazione, un predicato che li qualifica come appartenenti ad uno stesso insieme». Inoltre, Esposito dichiara il punto di partenza del proprio investigare: «L'ho cercato... nell'etimologia del termine latino communitas». La piattaforma teorica e/o teoretica (s)tesa da Esposito a questo punto è pronta e completa. «La tesi che vorrei avanzare in proposito - afferma infatti Esposito - è che tale categoria acquisti un rilievo tanto marcato da poter essere assunta come chiave esplicativa dell'intero paradigma moderno.

Per spiegare dunque l'intero paradigma moderno Esposito fa scendere in campo la categoria di communitas. Da che cosa sono tenuti insieme gli uomini per potere fare comunità»? I soggetti sono tenuti assieme da un onere. Io ti devo qualcosa, io devo qualcosa a te e tu devi qualcosa a me! In qualche maniera gli uomini non sono degli animali politici. Infatti, la categoria di immunitas scatta proprio quando, per una ragione qualsiasi, viene meno, nella società, questo dovere cui io e te siamo (comunque) tenuti.

Esposto dice ancora che la comunità non è il luogo della contrapposizione, ma quello della sovrapposizione, tra cosa e niente. Ciò che secondo l'originaria valenza del concetto i membri della communitas condividono (..) è piuttosto un'espropriazione della loro sostanza che non si limita al loro avere' ma che coinvolge e intacca il loro stesso 'essere soggetti'. Gli uomini, per fare comunità, condividono perciò una mancanza. Un'assenza, un vuoto. La cosa o l'elemento che viene loro a mancare è il loro-rispettivo legame comunitario. Gli uomini vivono all'interno di una carenza, in questo senso, E di nuovo - perció: per poter stare insieme gli uomini devono condividere un dovere, un onere, un carico.

Introduzione, La Paura

1. «I soggetti della comunità sono uniti da un ‘dovere’ nel senso in cui si dice ‘ti devo qualcosa’ ma non ‘mi devi qualcosa’ (R. Esposito, Communitas, Introduzione, xiii) ».

2. «Gli individui moderni divengono davvero tali – e cioè perfettamente individui, individui ‘assoluti’, circondati da un confine che al tempo li isola e li protegge – solo se preventivamente liberati dal ‘debito’ che li vincola l’un l’altro. Se esenti, esonerati, dispensati da quel contatto che minaccia la loro identità esponendoli al possibile conflitto con il loro vicino. Al contagio della relazione. […] Colui che prima e con maggiore radicalità di altri ha portato questa logica alle sue estreme conseguenze teoriche è stato Hobbes (R. Esposito, Communitas, Introduzione, xxi) ».

3. «L’immune non è semplicemente diverso dal ‘comune’, ma il suo opposto – ciò che lo svuota fino all’estinzione completa non solo dei suoi effetti, ma del suo medesimo presupposto (R. Esposito, Communitas, Introduzione, xx) ».

4. «Lo stato moderno non solo non elimina la paura da cui originariamente si genera, ma si fonda precisamente su di essa fino a farne il motore e la garanzia del proprio funzionamento (R. Esposito, Communitas, La paura, p.9) ».

La legge:Kant

1. «E' la legge – non la volontà – all'origine della comunità, tanto che si potrebbe arrivare a dire che la comunità fa tutt'uno con la legge: della comunità, nel doppio senso del genitivo. [...] La legge è l'ordine delle cose nel senso che è il nexus, il logos, la Urform, che le tiene insieme». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.57)

2. «Tale duplicazione differenziale serve a Kant per rendere compatibile il principio della naturalità del male con quello della assoluta libertà. Essi sono compossibili perché sono cooriginari. E' vero che il male, essendo innato, sta prima dell'atto che lo pone in essere. Però tale preesistenza va interpretata secondo un criterio razionale ma non anche temporale. Per non entrare in contraddizione col principio di libertà [...] è necessario pensare anche il principio del male, anzichè come un impulso naturale determinante, come una massima, in questo caso cattiva, che il libero arbitrio dà a se stesso». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.60)

3. «Questo è l'oggetto stesso della legge della comunità: esso – questo Niente-in-comune – non può essere annientato [...]. Ma non può essere neanche realizzato [...], perché l'unico modo di realizzare la mancanza è quello di mantenerla tale. La Cosa è dal Niente. Questo dice la Legge – della comunità: che il limite non può essere cancellato, ma nemmeno varcato». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.72)

L'estasi: Heidegger

1. «Ma [...] bisogna guardarsi dall'assolutizzare, o entificare, sia pure in maniera trascendentale, la stessa legge. Ciò significa che, pur precedendo il soggetto, la legge etica è a sua volta preceduta da qualcos'altro: da un'altra legge che è precisamente un fuori-la-legge nella misura in cui appunto la pone in essere. E' questo che Heidegger intende quando scrive che l' “etica originaria” è sempre ontologia». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.86)

2. «Ora anche in Heidegger la comunità non è realizzabile di fatto [...]. Ma non perché sia un bersaglio irraggiungibile: bensì semplicemente perchè già 'si dà' prima ancora che possiamo porcene l'obiettivo. Ciò vuol dire che essa non è destinazione, e neanche, precisamente, presupposto – l'archeologia cade insieme alla teleologia». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.87)

3. «L'altro non può essere avvicinato, assorbito, incorporato dall'uno – o viceversa – perchè è già con l'uno visto che non c'è l'uno senza l'altro. In questo senso non può neanche dirsi un 'noi' che non sia sempre un 'noi-altri'. Questo significa per Heidegger partire non dal 'me' o dal 'non me', ma dal cum: che noi siamo insieme agli altri non come punti che ad un certo momento si aggregano, e neanche nel modo di un insieme suddiviso, ma in quello di essere da sempre gli-uni-con-gli-altri e gli-uni-degli-altri». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.92)

4. «La risposta di Heidegger è che l'unico modo non invasivo, o sostitutivo, nei confronti dell'altro, di farlo [“aiutare” gli altri] è quello di decidere di “lasciarlo essere” nella sua alterità da se stesso – e cioè nella sua autentica inautenticità, o improprietà più propria. [...] Ciò vuol dire che non c'è un modo positivo, affermativo, 'politico' – o 'etico' – di rapportarsi agli altri che non sia quello di co-aprirli, co-aprendosi, alla comune responsabilità per la propria [...] cura». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.97-96)

L'Esperienza, Bataille

1. «La comunità non è proprio ciò che destituisce di senso la filosofia come disciplina eccedendone ogni capacità 'comprensiva'? Su questo punto – e nonostante la scarsa conoscenza di Heidegger – Bataille non s'inganna: la distanza tra una qualsiasi disciplina filosofica e il non savoir sta esattamente nel fatto che mentre la prima tende inevitabilmente ad escludere la comunità, o al contrario a ridurla a una sua parte, il secondo coincide in tutto e per tutto con essa [...]. Esso [il non savoir] non è produzione, o attribuzione, di senso: ma la sua esposizione a ciò che lo contesta e lo nega. Mentre il sapere tende a ricucire qualsiasi strappo, il non-sapere consiste nel tenere aperta l'apertura che già siamo». (Communitas. Origine e destino della comunità, pp. 122, 123)

2. «Ma all'alterità dell'oggetto si aggiunge – e compenetra in un crescendo di passione comuniale – quella dell'altro soggetto. Non c'è soggetto senza un altro, dal momento che “se non comunica più, un essere isolato intristisce deperisce e sente (oscuramente) che da solo, non esiste”. Il passo delinea con sufficiente aderenza i contorni della concezione batalliana della comunità». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.124)

3. «Se in questo il cum è lo stampo originario che definisce fin dall'inizio la nostra condizione, per Bataille costituisce la zona-limite di cui non si può fare esperienza senza perdersi. Perciò in esso non si può 'stare' che per quei brevi istanti – il riso, il sesso, il sangue – in cui la nostra esistenza tocca insieme il suo apice e il suo precipizio». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.126)

4. «Perché ci sia comunità, non è sufficiente che l'io si perda nell'altro. Se bastasse questa sola 'alterazione', il risultato sarebbe un raddoppiamento dell'altro prodotto dall'assorbimento dell'io. Mentre invece occorre che la fuoriuscita dell'io si determini contemporaneamente anche nell'altro mediante un contagio metonimico che si comunica a tutti i membri della comunità e alla comunità nel suo insieme». (Communitas. Origine e destino della comunità, p.127)

5. «Se Hobbes è stato fin dall'inizio indicato come il più conseguente sostenitore di un'immunizzazione volta a garantire la sopravvivenza individuale; se a questo fine – in nome della paura della morte – egli non ha esitato a teorizzare la distruzione non solo di ogni comunità esistente non coincidente con lo Stato, ma dell'idea stessa di comunità umana; ebbene Bataille ne costituisce il più drastico oppositore: contro l'ossessione di una conservatio vitae spinta al punto di sacrificare ogni altro bene al proprio conseguimento, egli riconosce il culmine della vita in un eccesso che la conduce continuamente a ridosso della linea della morte. [...] Contro la rinuncia preventiva a qualsiasi contatto con l'altro che possa minacciare la compattezza dell'individuo, cerca la comunità in un contagio provocato dalla rottura dei confini individuali dalla infezione reciproca delle ferite». (Communitas. Origine e destino della comunità, pp. 128, 129)

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