L’amore è desiderio di bellezza e di sapienza. Questo è il fulcro che fa ruotare il Fedro, dialogo nel quale Platone usa la riflessione (nonché la ricerca) sull’amore in tutte le sue forme – del corpo, dell’anima, delle leggi e delle scienze – per muovere una critica radicale contro i falsi retori. Solo il filosofo – che ama il sapere – è l’artefice di discorsi adeguati, usando il metodo della dialettica.
Orazione di Lisia
E ancora: molti degli innamorati provano desiderio del corpo dell’amato prima di conoscerne l’indole e di sperimentarne le altre caratteristiche, al punto che essi non sanno se vorranno ancora essergli amici una volta che il desiderio sarà stato appagato. Diversamente stanno le cose per coloro che non sono innamorati di te e che ti erano amici anche prima di soddisfare i loro desideri: i favori di cui hanno goduto, verosimilmente, non diminuiranno in loro l’amicizia, ma anzi resteranno come pegno dei favori futuri. Inoltre, dando retta a me piuttosto che a un innamorato, hai la possibilità di diventare migliore. Gli innamorati, infatti, lodano sia le parole che le azioni dell’amato, anche se prive di qualsiasi merito, in parte perché temono di divenirgli odiosi, in parte perché anche la loro capacità di giudizio è compromessa a causa della passione. L’amore produce tali effetti: agli innamorati sfortunati fa ritenere insopportabili le situazioni che agli altri non arrecano dolore; i fortunati, invece, li costringe a elogiare anche ciò che è indegno di apprezzamento. Di conseguenza agli amati conviene provare ben più pietà che invidia verso gli amanti. Se poi tu mi darai retta, io starò con te mirando innanzitutto non solo al piacere presente, ma anche al vantaggio futuro, perché non sono vinto dall’amore, ma conservo il dominio di me stesso, non concepisco odio profondo per futili motivi, ma mi adiro poco e lentamente, ed esclusivamente per gravi ragioni; perdono inoltre le colpe involontarie, e cerco di evitare quelle volontarie: questi, infatti, sono i segni di una amicizia che durerà a lungo. Ma se sei convinto che non possa nascere una salda amicizia senza l’amore, allora occorre che tu consideri che non potremmo stimare molto neppure i figli, né i padri e le madri, né potremmo disporre di amici fidati, in quanto essi ci provengono non da una passione del genere, ma da rapporti di altro tipo.
Prima orazione di Socrate
«Riguardo a ogni problema, ragazzo, esiste un solo principio per chi intenda decidere bene: bisogna conoscere ciò su cui verte la decisione, altrimenti è inevitabile sbagliare completamente. I più non si accorgono di non sapere l’essenza di ciascuna cosa; e convinti di conoscerla, non si mettono d’accordo all’inizio della ricerca. Così, una volta addentratisi in essa, pagano le ovvie conseguenze, in quanto non si accordano né con se stessi né tra loro. Dunque io e te facciamo in modo che non ci capiti ciò che rimproveriamo agli altri. Anzi, visto che ci si pone il problema se si debba entrare in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, concordiamo una definizione dell’amore e del suo potere, teniamola presente e, facendo riferimento ad essa, indaghiamo se l’amore comporta vantaggio o danno. Che l’amore sia una forma di desiderio è evidente per tutti; e che, d’altra parte, anche coloro che non amano desiderino ciò che è bello lo sappiamo: da cosa allora distingueremo chi ama da chi non ama? È necessario considerare che in ciascuno di noi vi sono due principi - guida, che noi seguiamo ovunque ci conducano: uno è l’innato desiderio dei piaceri, l’altro è l’opinione acquisita che tende al meglio. Questi due principi presenti in noi talvolta si accordano, talvolta si trovano in conflitto. E ora prevale l’uno, ora l’altro. Dunque, quando l’opinione con l’aiuto della ragione ci guida al meglio e predomina, a questo predominio si dà il nome di temperanza; quando invece il desiderio ci trascina irrazionalmente verso i piaceri e comanda su di noi, questo comando è chiamato dismisura. La dismisura ha poi nomi, perché ha molte membra e molte forme; e fra queste forme quella che si trova a prevalere conferisce a chi la possiede il nome che da essa deriva, nome che non è né bello né degno da guadagnarsi. Infatti, per ciò che riguarda il mangiare, il desiderio che domina sulla ragione del meglio e sugli altri desideri si chiama ingordigia e conferirà a colui che lo possiede il suo stesso nome. A sua volta, il desiderio che la fa da padrone per ciò che riguarda il bere, e che guida per questa via colui che ne è preda, è chiaro quale nome otterrà. Ed è chiaro anche come conviene che vengano ricavati gli altri nomi analoghi a questi che si riferiscono a desideri analoghi a quello che di volta in volta predomina. Il desiderio in vista del quale sono state svolte tutte le considerazioni precedenti, è forse ormai chiaro, ma se verrà detto risulterà più chiaro che se verrà taciuto. Ebbene, il desiderio che irrazionalmente predomina sull’opinione che indirizza verso il giusto, condotto verso il piacere offerto dalla bellezza e vigorosamente irrobustito dai desideri che gli assomigliano e che si rivolgono alla bellezza fisica, avuta la meglio con il suo impulso, prendendo il nome proprio da questa forza, fu chiamato eros».
Ma, Fedro caro, non ti sembra, come sembra a me, che io risenta di un influsso divino?
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