Non solo tra uomini o esseri viventi si attuano i legami, ma anche – con proprietà implicite che la scienza può scoprire e spiegare – tra materiali inerti.
E il capitano dunque incominciò: «In tutte le cose della natura che noi giungiamo a conoscere, osserviamo prima di tutto che esse hanno attinenza a loro stesse. Certamente suona strano il sentir enunciare qualche cosa che già si capisce da sé; tuttavia soltanto quando ci si è ben intesi su quello che è conosciuto, si può procedere da buoni amici verso quello che non si conosce».
«Crederei» interruppe Edoardo «che per via di esempi renderemmo la cosa piú agevole a lei e a noi stessi. Fa’ di rappresentarti l’acqua, l’olio, il mercurio: tu ci troverai un’unione, una interdipendenza delle loro particelle. Questa unione loro esse non l’abbandonano se non per violenza o per una qualunque altra causa determinante. Cessata questa, riprendono subito a unirsi.»
«Non c’è da discutere» disse Carlotta con un cenno d’assenso. «Le gocce di pioggia si uniscono rapidamente a far fiumane. E già da fanciulli, facciamo stupefatti i nostri giochi col mercurio, dividendolo in pallottoline e poi lasciandolo correre a rimettersi insieme.»
«E mi sarà ben permesso» soggiunse tosto il capitano «accennare di volo nel nostro rapido andare a un punto importante, vale a dire che questa attinenza cosí perfettamente pura, resa possibile dallo stato liquido, si manifesta decisamente e costantemente attraverso la forma sferica. La goccia d’acqua che cade è rotonda; le pallottoline del mercurio le ha menzionate lei stessa; perfino un pezzo di piombo fuso, a lasciarlo cadere e se abbia il tempo di raffreddarsi, se ne viene giú in forma di palla.»
«Mi lasci indovinare» fece Carlotta «se io colgo giusto dove lei vuole arrivare. Come ogni cosa ha un’attinenza a se stessa, cosí ha pure una relazione con altre cose.»
«E diverse essendo le entità naturali, saranno diverse anche queste relazioni» proseguí sollecito il capitano. «Talvolta si incontreranno come amiche e vecchie conoscenze, sempre pronte ad avvicinarsi, senza che nulla muti nell’una e nell’altra, come il vino si mescola all’acqua. Altre volte invece avverrà che avvicinate, si ostinino pure a rimanere estranee l’una all’altra, e che per quanto si mescoli e si agiti meccanicamente, non si colleghino per nulla: come acqua e olio, squassati insieme, in un attimo si separano di nuovo l’una dall’altro.»
«Non ci vuol molto» disse Carlotta «a vedere in queste semplici forme gli uomini che si sono conosciuti; in particolare poi ci si ricorda delle società nelle quali si è vissuti. La massima somiglianza con questi esseri inanimati l’hanno nondimeno le masse umane che si contrappongono nel mondo: le caste, i caratteri professionali, la nobiltà e il terzo stato, il soldato e il borghese.»
«E pure» ribatté Edoardo «come queste possono unirsi in forza di leggi e di costumi, cosí si dànno anche nel nostro mondo chimico elementi intermedi capaci di unire quelli che rifiutano a lasciarsi congiungere.»
«Cosí appunto» intervenne il capitano «usando i Sali alcalini, noi congiungiamo l’olio con l’acqua.»
«Non troppo presto con la vostra esposizione» disse Carlotta «affinché io possa mostrare che tengo il passo. Non siamo qui dunque già arrivati alle parentele?»
«Proprio cosí» rispose il capitano «e impareremo ben presto a conoscerle in tutta la loro forza e determinatezza. Quegli enti di natura che incontrandosi si abbrancano tosto e hanno influsso l’uno su l’altro noi li chiamiamo parenti. Sorprendente abbastanza è questa parentela negli alcalini e negli acidi, i quali, benché opposti gli uni agli altri, o forse proprio per questo, si cercano e si stringono con la massima decisione, si modificano e formano insieme un nuovo corpo. Pensiamo soltanto al calcio che manifesta una grande attrazione verso tutti gli acidi, una vera gioia di congiungimento. Non appena sia arrivato il nostro gabinetto chimico, le faremo vedere parecchi esperimenti che divertono davvero e aiutano a concepire, meglio che non facciano le parole, i nomi e i termini tecnici.»
«Mi lasci affermare» disse Carlotta «che se lei chiama parenti queste entità meravigliose, a me esse paiono non tanto imparentate di sangue quanto piuttosto di spirito e d’anima. Appunto a questo modo possono sorgere tra gli uomini amicizie veramente superiori: dacché qualità opposte rendono possibile una fusione piú intima. E dunque voglio bene aspettare quanto di cotali azioni misteriose lei mi presenterà sotto gli occhi.» E voltasi a Edoardo: «Ora non ti voglio piú disturbare nella lettura, essendo tanto meglio istrutta a prestare un’attenzione intelligente alla tua esposizione.»
«Giacché ci hai dato una volta la sveglia,» ribatté Edoardo, «non ti libererai cosí presto: infatti i casi piú ingarbugliati sono i piú interessanti. Soltanto da questi si imparano bene i gradi delle parentele, le affinità piú vicine, piú forti, piú lontane, piú scarse: appena allora divengono interessanti le parentele, quando provocano separazione.»
«Questa triste parola, che nel mondo si sente tanto spesso» esclamò Carlotta «si affaccia dunque anche nelle scienze naturali?»
«Senza dubbio» rispose Edoardo. «Fu anzi titolo d’onore dei chimici l’essere designati come gli artisti della separazione.»
«Non lo si dice dunque piú, e si fa molto bene» soggiunse Carlotta. «Ben piú grand’arte è l’unire, ben piú grande merito. Un artista dell’unione, qualunque sia il suo campo d’azione, sarebbe il benvenuto nel mondo intero... Orvia, giacché vi siete messi in moto, fatemi adesso conoscere un paio di quei casi speciali.»
«Ed eccoci ricondotti ancora a quello» disse il capitano «che già abbiamo menzionato e discusso. Per esempio quello che noi chiamiamo calcare è una terra calcarea piú o meno pura intimamente congiunta con un tenue acido che ci è noto nella sua forma gasosa. Se si mette un pezzo di questa pietra in una soluzione leggera di acido solforico, questo afferra il calcare e unito a esso appare trasformata in gesso: invece quell’acido tenue, arioso, s’invola. Qui sono avvenute una separazione e una composizione affatto nuove e si trova dunque giustificato l’usare il termine “affinità elettiva” poiché veramente si ha l’impressione che un legame sia stato anteposto all’altro, e quello scelto a preferenza di questo.»
«Mi perdoni» disse Carlotta «come io perdono al naturalista; ma qui io non ci vorrei mai vedere una scelta, bensí soltanto una necessità di natura, e fino a un certo punto anche questa: poiché infine è forse soltanto opera d’occasione. L’occasione crea relazioni come è dessa a far l’uomo ladro: e se parliamo delle vostre sostanze naturali, pare a me che la scelta appartenga unicamente alle mani del chimico, che fa avvicinare queste sostanze. Quando però esse siano una volta avvicinate, allora Dio ci salvi! Nel caso presente, mi rincresce soltanto per il povero acido gasoso, costretto di nuovo a girovagare per l’infinito.»
«Dipende solo da esso» replicò il capitano «il far lega con l’acqua e il servire, trasformato in acqua minerale, al ristoro dei sani e dei malati.»
«Il gesso ha un bel discorrere» disse Carlotta: «esso è ora a posto, è un corpo, è provveduto, laddove quella entità scacciata ne avrà ancora delle pene prima che trovi il suo tetto.»
«O che io mi inganno assai» disse Edoardo sorridendo «ovvero si nasconde una piccola malizia nel tuo parlare. Confessa dunque la tua marioleria! Sono io infine agli occhi tuoi il calcare, che, ghermito dal capitano in figura di acido solforico, è sottratto alla tua graziosa compagnia e trasformato in un pezzo di gesso refrattario.»
«Se la coscienza» disse Carlotta «ti impone di fare siffatte considerazioni, posso ben vivere senza pensieri. Questi discorsi metaforici sono garbati e allettanti, e chi non ci sta volentieri al gioco delle similitudini? Ma l’uomo è di parecchi gradini piú in alto che le sostanze elementari di cui si è discorso, e se qui ha usato un po’ prodigalmente le belle parole “scelta” e “affinità elettiva”, egli farà bene a rientrare in se stesso e trarne motivo a giusta riflessione sul valore di queste parole. Purtroppo conosco casi a sufficienza, nei quali un’intima unione di due esseri, apparentemente indissolubile, è rimossa per accidentale associarvisi di un terzo, e uno dei due congiunti in cosí bel vincolo è buttato fuori nella vastità dello spazio.»
«I chimici sono pertanto molto piú galanti» disse Edoardo; «essi fanno entrare un quarto nella compagnia affinché nessuno se ne vada a vuoto.»
«Ma certo!» rincalzò il capitano: «i piú importanti e piú meravigliosi sono senza dubbio i casi in cui l’attrazione, l’affinità, quel lasciarsi, quell’unirsi, si possono per cosí dire raffigurare in una croce su cui quattro enti finora congiunti a due a due, messi a contatto, abbandonano il loro legame di prima e ne stringono di nuovi. In questo dipartirsi e afferrarsi, in questo fuggirsi e cercarsi si crede di vedere davvero una determinazione piú alta: si tien per certa in questi enti una sorta di volontà e di scelta, e si stima perfettamente giustificato il termine scientifico “affinità elettiva”.»
J.W. GOETHE - Le affinità elettive, Parte I, cap. IV
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