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JEAN-LUC NANCY - La comunità inoperosa (1992) - Comunità

Jean-Luc Nancy è considerato uno dei filosofi francesi più originali della generazione successiva a quella di Deleuze, Foucault, Derrida e Lyotard.

Nasce a Caudéran (Gironde) nel 1940, compie gli studi di filosofia a Parigi e ottiene il dottorato di ricerca con Paul Ricoeur, diplomandosi con una tesi finale su Kant.

Nel 1968 diventa assistente di filosofia all’Università di Strasburgo, dove insegna sino al 2004 e dove pure gli viene conferito il titolo di Professore emerito nel 2011.

Nel 1983 pubblica sulla rivista francese “Alea” un importante saggio, “La comunità inoperosa”, che suscita un notevole interesse e provoca una lunga risposta critica, ma anche un riconoscimento, da parte di Blanchot, contenuti ne “La comunità inconfessabile”. Il testo di Nancy contribuisce, negli anni ottanta e nei primi anni novanta, al rilancio della questione della comunità, in una maniera però che non condivide e, anzi, sottopone a dura critica, le istanze proprie del comunitarismo che nello stesso periodo ritrovano vitalità. E’ degli anni ottanta l’inizio di una paziente e insistente, nonché raffinatissima, opera di decostruzione del Mit-sein (con-essere) di Heidegger, che lo portano a pensare il nostro essere-in-comune come rapporto di ex-posizione e con-divisione, per questo si parla di “comunismo esistenziale” a proposito del suo pensiero.

Questo brano tratto da La comunità inoperosa contiene una riflessione sul significato ontologico dell’essere-con (che precede ogni riflessione politica sul senso della comunità).

"Con", "insieme' o 'in comune' non vuol dire naturalmente gli uni negli altri', né gli uni al posto degli altri, Ciò implica un'esteriorità. (Anche nell'amore si è 'dentro' l'altro soltanto al suo esterno, e anche il figlio 'dentro” la madre è esterno in questa interiorità, benché in maniera completamente diversa. Anche nella folla più opprimente non si è al posto dell'altro). Ma non vuol dire nemmeno semplicemente accanto', o giustapposto all'altro. La logica del 'con' dell'essere-con, del Mitsein che Heidegger rende contemporaneo e correlativo del Dasein - è la logica singolare di un dentro-fuori. E forse addirittura la logica della singolarità in generale. Sarebbe allora la logica di ciò che non appartiene né al puro dentro né al puro fuori. (Questi in verità si confondono: essere puramente fuori, fuori di tutto (assoluto), sarebbe essere puramente in sé, a parte, a sé, senza neppure la possibilità di distinguersi come se stesso). Una logica del limite: ciò che è tra due o più, che appartiene a tutti e a nessuno e che non appartiene neppure a sé. (Non è certo che questa logica sia limitata all'uomo o agli esseri viventi. Pietre, montagne, corpi di una galassia non sono forse 'insieme' da un certo punto di vista, che non è quello del nostro sguardo su di loro? E una questione, quella della comunità del mondo, cui non daremo qui una risposta).

La logica dell'essere-con corrisponde innanzitutto a ciò che si potrebbe chiamare la fenomenologia banale degli insiemi organizzati di persone. I viaggiatori di uno stesso scompartimento sono semplicemente gli uni accanto agli altri, in maniera accidentale, arbitraria e del tutto esterna. Non hanno rapporti, ma d'altronde sono insieme in quanto viaggiatori di quel treno, in quello stesso spazio e per quello stesso tempo. Stanno fra la disgregazione della "folla' e l'aggregazione del gruppo', e l'una e l'altro sono in ogni momento possibili, virtuali, prossimi. Questa sospensione caratterizza l'”essere con”: un rapporto senza rapporto, un'esposizione simultanea al rapporto e all'assenza di rapporto. Una tale esposizione è fatta dell'imminenza simultanea del darsi e del sottrarsi del rapporto, che il minimo incidente può decidere - o meglio, più segretamente, che non cessa di decidersi, in ogni momento, in un senso o nell'altro, in un senso e nell'altro, nella libertà e nella necessità", nella "coscienza e nell"incoscienza", decisione indecisa dell'estraneo e del prossimo, della solitudine e della collettività, dell'attrazione e della repulsione.

[…]

Questo modo di essere, di esistere (ce n'è forse un altro? l'essere non sarebbe dunque mai l''essere', ma sempre modalizzato nell'esposizione) presuppone che non ci sia essere comune, sostanza, essenza o identità comune (l'esposizione non ha presupposti - questo è ciò che 'esposizione' vuol dire innanzitutto), ma c'è essere in comune. L'in (il con, il cum latino della comunità') non indica alcun modo della relazione, se la relazione deve essere posta tra due termini già presupposti, tra due esistenze date. Indica piuttosto un essere in quanto relazione, identico all'esistenza stessa: alla venuta all'esistenza dell'esistenza. Ma né 'essere' né 'relazione' bastano a dargli un nome, neppure se considerati in questo rapporto di equivalenza; e qui, d'altronde, non c'è un'equivalenza di termini che sarebbe un'altra relazione esterna all’ 'essere' e alla 'relazione". Bisognerà risolversi a dire che l'essere è in comune, senza mai essere comune.

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