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IGNAZIO SILONE - Fontamara (1933) - Potere

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondino Tranquilli (Pescina, 1º maggio 1900 – Ginevra, 22 agosto 1978), è stato uno scrittore, giornalista, politico, saggista e drammaturgo italiano. Il testo è tratto dal secondo capitolo del romanzo di Silone, Fontamara; a raccontare è Matalé, la donna che col marito Giuvà e il figlio è scampata alla distruzione del paese, Fontamara appunto. I contadini hanno firmato, senza capirne il contenuto, una “carta bianca”; scoprono troppo tardi che questo documento autorizza un impresario legato al regime, divenuto il nuovo podestà, a deviare verso i suoi possedimenti l’unico corso d’acqua che irriga le terre del paese. Accortesi dell’inganno, le donne di Fontamara chiedono di parlare con il podestà.

Adesso può sembrare stupido che io perda del tempo a raccontare questo fatto, mentre più tardi sono accaduti avvenimenti tanto più gravi. Però il fenomeno di quell’acqua che fuggiva di fronte alla nostra sete non mi può uscire dalla mente. Accadeva questo: poiché l’acqua non tornava, noi ci allontanavamo dalla fontana, ma mentre andavamo via, l’acqua tornava di nuovo. E questo accadde tre, quattro volte. Ci avvicinavamo e l’acqua subito spariva, la fontana di colpo si seccava. Ma appena ci allontanavamo, la fontana nuovamente gorgogliava e l’acqua subito tornava fresca e abbondante. La sete ci bruciava e noi non potevamo bere. Potevamo solo guardare l’acqua, da lontano. Se ci avvicinavamo, di colpo l’acqua spariva. Dopo che l’acqua della fontana al nostro accorrere mancò ancora una volta, arrivarono una diecina di carabinieri, ci circondarono, ci chiesero minacciosi cosa volessimo. «Parlare col sindaco» rispondemmo. E ognuna di noi gridò la sua rabbia poiché al danno si aggiungevano ora le beffe e le minacce. «Ci vogliono rubare l’acqua.» «È un sacrilegio mai visto. Un’azione da capestro.» «Ma piuttosto diamo il sangue che l’acqua delle nostre terre.» «Se non c’è più giustizia, ce la facciamo da noi.» «Dov’è il sindaco?» «Il sindaco» si mise a gridare il capo della pattuglia. «Ma non sapete che non esistono più sindaci? Adesso il sindaco si chiama podestà.» A noi era del tutto indifferente come si chiamasse il capo del comune. Ma per la gente istruita la differenza doveva essere grande, altrimenti poco prima gli impiegati non ci avrebbero tanto deriso alla nostra richiesta di parlare col sindaco e il maresciallo dei carabinieri non sarebbe diventato così furioso. La gente istruita è sofistica e si arrabbia per le parole. Il maresciallo diede ordine a quattro carabinieri di accompagnarci dal podestà. Due carabinieri si misero dinanzi a noi e due dietro. A quella strana processione per le vie del paese accorrevano i curiosi, si davano la voce, ci schernivano con parole e gesti vergognosi, per quel gusto che specialmente i garzoni degli artigiani hanno sempre avuto di deridere i cafoni della montagna. A nostra confusione dovemmo convincerci che tra quei giovanotti la Sorcanera godeva di una generale notorietà. E il peggio cominciò quando essa prese a rispondere con parolacce ai loro scherni. Maria Grazia si sentì mancare, e la Limona ed io dovemmo sorreggerla e aiutarla a camminare. «Gesù», dicevamo noi «che peccati abbiamo fatti più degli altri perché tu ci punisca in questo modo?» Con quei carabinieri, due innanzi e due indietro, eravamo come un armento catturato e requisito. «Matalé», mi diceva la Limona «torniamo a Fontamara, torniamo a casa. Matalé, chi ce lo fa fare? È una pazzia, Matalé.» I carabinieri ci fecero attraversare il corso, poi una serie di vicoli sconosciuti. Arrivammo di fronte alla casa del vecchio sindaco, don Circostanza, ma i carabinieri, con nostra grande meraviglia, proseguirono oltre. Ci stupimmo non poco che il capo del comune non fosse più don Circostanza. Credemmo allora che i carabinieri ci conducessero alla casa di don Carlo Magna. Ma i carabinieri passarono anche di fronte alla casa sua senza fermarsi. Proseguendo sempre innanzi, ci trovammo in breve fuori del paese, tra gli orti. Nembi di polvere si levavano dalla strada bruciata dal sole. «I carabinieri» noi ci dicevamo «adesso si burlano di noi. Il capo del comune non può essere che don Circostanza.» All’ombra delle siepi gruppi di operai mangiavano la loro spesa, e altri riposavano, col capo appoggiato sopra la giacca ripiegata e il cappello sul viso. I carabinieri non nascondevano il loro malumore; uno ci disse sgarbatamente: «Perché siete venute proprio all’ora che dovevamo mangiare? Non potevate venire più tardi?» «E noi?» gli rispondemmo. «Non siamo cristiani anche noi?» «Voi siete cafone» ci rispose quello. «Carne abituata a soffrire.» «Che peccati abbiamo fatti più di voi? A casa vostra non avete una madre, sorelle? Perché parlate in quel modo? Solo perché siamo mal vestite?» «Non è per questo, ma siete cafone, siete abituate a soffrire.» Il 20 sentiero dove i carabinieri ci condussero era ingombro di materiali da costruzione, mattoni, calce, sacchi di cemento, sabbia, travi, lamine di ferro, ed era molto difficile andare avanti in gruppi. Così arrivammo al cancello di una villa di recente costruzione, appartenente a un romano conosciuto in tutta la contrada, e anche a Fontamara sotto il nome di Impresario. La villa era adorna di lampioni di carta di molti colori e di bandiere come per una festa. Nel cortile si vedevano donne affannate a scopare, a battere tappeti. I carabinieri si fermarono proprio davanti al cancello della villa. E nessuna di noi seppe reprimere il suo stupore. «Come? Han fatto capo del comune questo brigante? Un forestiero?» «Da ieri» ci spiegò un carabiniere. «Il telegramma è arrivato ieri da Roma.» «Quando le stranezze cominciano, chi le ferma più?» fu il mio commento.

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