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HANNAH ARENDT - Sulla violenza (1969) - Potere

La politologa Hannah Arendt, in polemica con Max Weber, rifacendosi alla tradizione greca, offre una definizione di potere come “agire in concerto” propria degli uomini liberi che danno il loro consenso al potere politico.

Ho già accennato al fatto che si è in generale riluttanti a occuparsi della violenza come fenomeno in sé; cercheremo ora di chiarire questa affermazione. Se diamo uno sguardo alle discussioni sul fenomeno del potere, troviamo ben presto che sussiste un generale consenso fra i teorici della politica da sinistra a destra sulla constatazione che la violenza non è altro che la più flagrante manifestazione del potere. [...]

«Tutta la politica è una lotta per il potere; il genere ultimo di potere è violenza», disse C. Wright Mills, riecheggiando, pari pari, la definizione dello Stato di Max Weber come «il dominio degli uomini sugli uomini basato sui mezzi di una violenza legittima, o quanto meno ritenuta legittima».

Tuttavia, c'è anche un'altra tradizione e un altro vocabolario non meno antico e rispettato nel tempo. Quando la città-stato ateniese chiamava la sua costituzione "isonomia", o i romani parlavano della "civitas" come della loro forma di governo, avevano in mente un concetto di potere e di legge la cui essenza non si basava sul rapporto comando/obbedienza e che non identificava il potere col dominio né la legge col comando. E' stato a questi esempi che gli uomini delle rivoluzioni del diciottesimo secolo si sono richiamati quando hanno dato fondo agli archivi dell'antichità e hanno costituito una forma di governo, la Repubblica, in cui il dominio della legge, basato sul potere del popolo, avrebbe posto fine al dominio dell'uomo sull'uomo, che essi ritenevano essere un «governo adatto agli schiavi». Disgraziatamente anch'essi continuavano a parlare di obbedienza, obbedienza alle leggi invece che agli uomini; ma quello che intendevano effettivamente era il riconoscimento di quelle leggi alle quali la cittadinanza aveva dato il suo consenso. Tale riconoscimento non è mai indiscusso, e per quanto riguarda la sua affidabilità, in effetti non può essere messo sullo stesso piano dell'«obbedienza indiscussa» che può ottenere un atto di violenza - l'obbedienza su cui ogni criminale può fare affidamento quando mi priva del mio portafogli con l'aiuto di un coltello o svaligia una banca con l'aiuto di una pistola. E' il sostegno del popolo che dà potere alle istituzioni di un paese, e questo appoggio non è altro che la continuazione del consenso che ha dato originariamente vita alle leggi. Nelle condizioni di un governo rappresentativo si ritiene che sia il popolo a comandare chi lo governa. Tutte le istituzioni politiche sono manifestazioni e materializzazioni del potere; esse si fossilizzano e decadono non appena il potere vivente del popolo cessa di sostenerle. […]

"Potere" corrisponde alla capacità umana non solo di agire ma di agire di concerto. Il potere non è mai proprietà di un individuo; appartiene a un gruppo e continua a esistere soltanto finché il gruppo rimane unito. Quando diciamo di qualcuno che è «al potere», in effetti ci riferiamo al fatto che è stato messo al potere da un certo numero di persone per agire in loro nome. Nel momento in cui il gruppo, dal quale il potere ha avuto la sua origine iniziale ("potestas in populo", senza un popolo o un gruppo non c'è potere),scompare, anche il «suo potere» svanisce. […] Politicamente parlando, il punto è che la perdita di potere diventa una tentazione di sostituire la violenza al potere e che la violenza stessa sfocia nell'impotenza. Laddove la violenza non è più sostenuta e controllata dal potere, significa che ha avuto luogo il famoso rovesciamento nell'individuazione dei mezzi e dei fini. I mezzi, i mezzi di distruzione, ora determinano il fine, con il risultato che il fine sarà la distruzione di tutto il potere. […]

Il terrore non è la stessa cosa che la violenza; è piuttosto la forma di governo che viene in essere quando la violenza, avendo distrutto tutto il potere, non abdica, ma al contrario rimane in una posizione di controllo assoluto. […]

Riassumendo: politicamente parlando è insufficiente dire che il potere e la violenza non sono la stessa cosa. Il potere e la violenza sono opposti; dove l'una governa in modo assoluto, l'altro è assente. La violenza compare dove il potere è scosso, ma lasciata a se stessa finisce per far scomparire il potere.

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