In questo saggio, tratto dal volume collettaneo Intorno a Jean Luc Nancy, troviamo un ulteriore approfondimento della riflessione che il filosofo francese ha sviluppato intorno al concetto di comunità.
Alla fine degli anni Ottanta del Novecento si è sviluppato tanto in Italia quanto in Francia un dibattito sulla categoria di comunità che ha messo in discussione un paradigma tipico della filosofia contemporanea, per il quale essa veniva intesa come quella sostanza che connette determinati soggetti tra loro nella condivisione di una comune identità. In questo modo la comunità appariva concettualmente legata alla figura del “proprio”: che si trattasse di appropriarsi di quanto è comune o di comunicare quanto è proprio, la comunità restava definita da una appartenenza reciproca. I suoi membri risultavano avere in comune il loro proprio, essere proprietari del loro comune. Contro questo cortocircuito concettuale si ponevano una serie di testi, quali La comunità inoperosa di Jean-Luc Nancy, La comunità inconfessabile di Maurice Blanchot, La comunità che viene di Giorgio Agamben e Communitas. Origine e destino della comunità di Roberto Esposito, per i quali la comunità rimandava a una sorta di alterità costitutiva che la sottraeva a ogni connotazione identitaria.
Il dibattito che si è sviluppato negli ultimi vent’anni, specie in Italia e in Francia, intorno al concetto di comunità prende avvio dalla pubblicazione de La comunità inoperosa di Jean-Luc Nancy. Il proposito di Nancy è il seguente: prendere atto della difficoltà di definire univocamente una nozione di comunità (o di bene comune), in quanto «la testimonianza più significativa e ingrata del mondo moderno […] è quella della dissoluzione, della dislocazione o della conflagrazione della comunità», e farla finita con una rappresentazione della comunità che la configura come un’essenza pre-data da realizzare. Nancy è consapevole delle difficoltà da affrontare: è necessario innanzitutto «sgombrare l’orizzonte che è dietro di noi. Interrogare quella dislocazione della comunità che è ritenuta l’esperimento da cui sono nati i tempi moderni».
La storia è sempre stata pensata sullo sfondo di una comunità perduta, esemplificata in infiniti modi e paradigmi: famiglia naturale, polis ateniese, repubblica romana, prima comunità cristiana, corporazioni, comuni e confraternite. Distinta dalla società (che Nancy definisce come una semplice associazione e ripartizione delle forze e dei bisogni) e opposta al dominio (che dissolve la comunità sottomettendo i popoli), la comunità è definita non soltanto come la comunicazione intima dei suoi membri fra di loro, ma anche come la comunione organica di sè stessa con la propria essenza. In ogni momento della storia dell’Occidente il sentimento dominante è sempre stato quello di una nostalgia per una comunità più arcaica e ormai perduta, da Ulisse fino alla cristianità al punto che «la comunità potrebbe essere al tempo stesso il mito più antico dell’Occidente e il pensiero, tipicamente moderno, di una partecipazione dell’uomo alla vita divina: il pensiero dell’uomo che penetra nell’immanenza pura». La comunità non è ciò che la società avrebbe perso, ma «è ciò che ci accade – questione, attesa, evento, imperativo – a partire dalla società».
Questa presa d’atto è tutt’uno con il proposito di scardinare la comprensione essenzialistica della comunità. Infatti pre-disporre un’essenza da realizzare è il modo in cui, secondo Nancy, l’Occidente ha pensato fino a oggi le condizioni di possibilità di una comunità: la comprensione essenzialistica della comunità coincide con il tentativo di dare una definizione essenzialistica della comunità. Lungo un percorso fortemente segnato dal Mitsein di Heidegger e l’être avec di Bataille, la comunità non è concepita da Nancy come ciò che mette in rapporto determinati soggetti, ma piuttosto come l’essere stesso del rapporto. Dire, come ha appunto sostenuto Nancy, che la comunità non è un “essere” comune, ma l’essere “in comune” di un’esistenza coincidente con l’esposizione all’alterità, vuol dire farla finita con tutte le declinazioni sostanzialistiche, di carattere particolare e universale, soggettivo e oggettivo. Scrive Nancy: «[…] la questione della comunità è la grande assente della metafisica del soggetto».
Nella prefazione all’edizione francese di Communitas di Esposito, Nancy, richiamando le violenze intercomunitarie (nello specifico il Congo, i Balcani, l’Irlanda), mette in evidenza come queste conferiscano un’eco di morte al nome di comunità. E tuttavia ribadisce la necessità interna che proprio questa deriva determina di ripensare il cum come ciò di cui e a cui dobbiamo rispondere. Anche perché, richiamandosi all’ego sum di Descartes, che traduce in ego cum, lo stesso io non è pensabile che in rapporto agli altri. Quel che tutte le forme di comunità operosa hanno in comune è la progettazione di sé come realizzazione dell’essenza, cioè il vagheggiamento dell’assoluto. Ma cos’è l’assoluto? L’assoluto è il senza rapporto.
La comunità da costruire operosamente è un’istituzione che racchiude, tiene in sé l’essenza. Il tratto comune a tutte le comunità dell’assoluto sta nel fatto di collocare qualcosa (un’idea, una cosa, una persona eccetera) come non plus ultra, come epifania dell’essenza, proprio perché inglobante in sé qualcosa che va al di là della sua finitezza di cosa e/o persona. L’operosità di questa comunità consiste nell’accogliere in sé quest’essenza e nell’incanalarla dandole così forma: si tratta di un’essenza, la quale è sempre ulteriore alla forma, ma di cui l’entità comunitaria si è appropriata in modo soddisfacente. L’opera di costruzione della comunità è essenzialmente un lavoro di appropriazione e di formazione dell’essenza predisposta. Anche se la società è il meno comunitaria possibile, non è possibile che non ci sia comunità. «La comunità ci è data – o noi siamo dati e abbandonati secondo la comunità: non è un’opera da fare, ma un dono da rinnovare, da comunicare», un munus, scriverà Esposito, nei confronti degli altri che ci richiama nello stesso tempo alla nostra costitutiva alterità da noi stessi. Nancy con la definizione di comunità inoperosa indica una comunità che non mette in opera alcuna comunità. È per questo, scrive Nancy, che da allora in poi ha continuato a far slittare il lessico di cui si serviva in direzione dell’essere-in-comune, dell’essere-insieme, della partizione, per arrivare all’essere-con.
Qual è dunque il legame tra la comunità e il co-esistere? Il tema è sviluppato fecondamente in Essere singolare plurale. Scrive Nancy: «Ciò che esiste, qualsiasi cosa sia, dal momento che esiste, co-esiste. La co-implicazione dell’esistere è la spartizione di un mondo. Un mondo non è nulla di esterno all’esistenza, non è l’addizione estrinseca di altre esistenze: un mondo è la co-esistenza che le dis-pone assieme». In una conferenza al Program in Critical Theory dell’Università della California del 1988 Nancy chiarisce come la comunità non sia un rapporto astratto o immateriale o una sostanza in comune: la comunità è un essere in comune, essere uno con l’altro o essere insieme. Io sono “io”, solo se posso dire noi. La comunità è un partecipare all’esistenza. […]
- ERIKA MARCANTONIO - Comunità e co-esistenza, in Intorno a Jean Luc Nancy - Comunità Scarica
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