Le vicende narrate nel V Canto dell’Inferno sono tra le più note dell’intera Commedia. Giunti al Secondo Cerchio, Dante e Virgilio si trovano davanti a Minosse, il quale, avvinghiandosi la coda intorno alle reni, indica di quanti cerchi devono scendere le anime dannate oggetto del suo giudizio. Ci troviamo dunque nel girone dei Lussuriosi, i peccatori che in vita hanno ceduto alle lusinghe dell’Amor carnale e che adesso entrano in scena sballottati e percossi dalla “Bufera infernal che mai non resta”. Dante utilizza qui l’elemento della tempesta per rappresentare la punizione per contrappasso riservata alle anime che in vita non hanno saputo controllare la passione. Il riferimento ad Aristotele e alla dottrina del cosiddetto “giusto mezzo” sebbene qui implicito è decisivo per comprendere il senso del discorso dantesco: i lussuriosi devono essere puniti perché hanno permesso alla passione di soverchiare l’intelletto. Nel passo citato di seguito, la schiera dei personaggi celebri che hanno sottomesso la ragione al talento è ben nutrita, e vi compaiono sia uomini – Paride, Achille, Tristano, Paolo – sia donne – Semiramide, Didone, Elena, Francesca. In questo senso, la potenza metafisica di Amore si dimostra, per così dire, “democratica” nelle sue conseguenze, dal momento che, coerentemente con la poetica dello Stil Novo, anche per Dante, Eros è potenza irrazionale e metafisica, che agisce sull’anima intellettiva e la ottunde.
Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d’ogne luce muto, che
mugghia come fa mar per tempesta, se
da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai, non
che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”.
“La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’ è Semiramìs, di cui si legge che
succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo; poi
è Cleopatràs lussuriosa.
Elena vedi, per cui tanto reo tempo si
volse, e vedi ‘l grande Achille, che con
amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
- DANTE - Divina commedia - Inferno - Amore III Scarica
-
il [[post.post_date]] alle [[post.post_time]]
-
il [[subpost.post_date]] alle [[subpost.post_time]]
-