Materiale fornito dalla scuola
Le comunità terapeutiche nascono come intervento spontaneo di persone che, con libera iniziativa, decidono di vivere assieme per superare un problema comune: una dipendenza. Le prime comunità per tossicodipendenti nacquero in America alla fine degli anni ’50, come risposta alla diffusione dell’uso di oppiacei e all’entità sociale di tale fenomeno.
Il fulcro dell’intervento nelle prime comunità era centrato sul modello della vita di gruppo e sui processi di auto-aiuto con lo scopo di agire nella direzione del cambiamento degli stili di vita. Tale cambiamento, in situazione di tossicodipendenza, poteva derivare dalla condivisione, dal confronto e dal rinforzo reciproco. Quando le persone affrontano lo stesso problema, unendosi, interagiscono in base a semplici regole relazionali, finalizzate all’acquisizione di una nuova disciplina comportamentale.
La storia ci insegna che il concetto di comunità terapeutiche, intese come le intendiamo oggi, non è stato sempre lo stesso.
Una delle prime sperimentazioni di comunità terapeutica in Italia, fu attivata da Franco Basaglia nei primi anni sessanta nell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Il concetto di questo psichiatra, per l'epoca innovativo, era il rifiuto dell'istituzionalizzazione come unico metodo di cura e di recupero del malato psichiatrico. Dall'esperimento iniziato da Basaglia nel 1962 si arrivò, circa 15 anni dopo, alla legge 180/78 (detta anche Legge Basaglia) che prevedeva la trasformazione dei cosiddetti "manicomi" in luoghi di cura non più reclusivi.
Dopo la Legge 180/78 le comunità terapeutiche si sono moltiplicate su tutto il territorio italiano, operando non solo nell'ambito psichiatrico, ma anche nei settori della devianza, della tossicodipendenza e del disagio sociale. La legge 180 ha dato un vero scossone alla presa in carico degli utenti, che escono dalle istituzionalizzazioni rigide e chiuse e vengono presi in carico dal territorio, creando distretti locali, dove possono essere curati e sostenuti sia da un punto di vista farmacologico che da un punto di vista terapeutico.
La comunità sociale cambia aspetto dopo la legge Basaglia, avviando un processo di cambiamento che vede il passaggio dalla segregazione all’integrazione dei malati psichici. Basaglia si rese conto che aveva a che fare con persone che avevano una loro storia, un loro trascorso e non bastava curarli “nascondendoli “ alla società bensì era necessario il contesto di vita quotidiano.
Il punto di partenza della Comunità Terapeutica è semplice e innovativo nello stesso tempo: la trasformazione del rapporto tradizionale medico-paziente. Nelle riunioni quotidiane fra tutto il personale sanitario e i ricoverati vige il principio della piena libertà di comunicazione: si cerca di mettere in crisi il tradizionale rapporto di autorità - gerarchico e dialettico - e di analizzare tutto ciò che accade nella comunità in termini di dinamica individuale e interpersonale. Il contributo di tutti; l'équipe curante e i pazienti, deve essere impiegato in maniera terapeutica per favorire il riapprendimento di adeguati ruoli sociali delle persone ricoverate, soprattutto in riferimento alla capacità di entrare in rapporto con gli altri e stabilire proficui scambi sociali.
«La comunità terapeutica si presenta come una comunità e non un agglomerato di malati. Come una comunità organizzata in modo da consentire il movimento di dinamiche interpersonali fra i gruppi che la costituiscono e che presenta le caratteristiche di qualsiasi altra comunità di uomini liberi»: queste parole di Franco Basaglia (Che cos'è la psichiatria) giungono dopo i primi anni di trasformazione istituzionale a Gorizia e rivelano subito come la sua attenzione sia fondamentalmente centrata su un "assunto di base": il nuovo modo di lavorare in psichiatria non può che essere un confronto tra uomini liberi.
La comunità terapeutica per Basaglia deve essere soprattutto l'impegno quotidiano per negare questo mondo ideale: nella comunità esplodono le contraddizioni, le dinamiche si fanno ogni giorno più complesse, non c'è più spazio protetto o divisione da mantenere, l'azione terapeutica deve rompere e trasformare tutto, "la contestazione si può muovere solo in un clima di libertà e la libertà ha i suoi rischi".
Oggi un elemento essenziale del metodo di cura è lo stretto rapporto che si stabilisce fra il personale e gli utenti che partecipano al lavoro e alle attività della comunità, contribuendo inoltre alle decisioni che li riguardano. L'aspetto caratteristico di questo metodo è il tentativo di creare e di mantenere il senso della comunità fra gli utenti e il personale. Altri aspetti del metodo sono rivolti alla psicoterapia individuale, alla terapia di gruppo e a tutte le altre attività relative al gruppo.
Ad oggi le comunità terapeutiche sono normativamente servizi terapeutici riabilitativi a carattere residenziale e/o semiresidenziale e si collocano nella rete dei servizi socio sanitari per l’attuazione di programmi terapeutici personalizzati di persone con problematiche di dipendenza da sostanze illecite e lecite.
Concretamente, la comunità terapeutica è un percorso esperienziale di apprendimento in gruppo declinato in varie forme di intervento da adattare alle esigenze degli utilizzatori.
Lo scopo è quello della crescita individuale intesa come processo sociale, il compito è quello di permettere ad un individuo di raggiungere il proprio potenziale. Il metodo è quello di vivere imparando dall’esperienza: le persone sono attive rispetto al cambiamento e tutte le attività sono finalizzate al cambiamento stesso. È la comunità stessa che “cura” in quanto in essa la persona viene accettata nonostante le sue colpe, i suoi difetti e nonostante l’esclusione sociale; la comunità fornisce norme e organizzazione, funzioni che erano carenti nell’ambito di provenienza.
Lo strumento principale del cambiamento è la relazione. Lo stretto rapporto che si stabilisce fra gli operatori e le persone in cura, che partecipano al lavoro e alle attività della comunità e contribuiscono alle decisioni che le riguardano, è un elemento essenziale. La relazione è la valorizzazione di diverse figure che si integrano in un processo che è sintesi di identità e alterità. La presenza di modelli d’identificazione alternativi a quelli, spesso scarsi e patologici, con i quali la persona si era confrontata prima, diventa fondamentale. Anche le relazioni umane significative che si instaurano con operatori e gli “altri” assumono un valore importante: aprono alla persona nuovi modi di essere. In questo contesto l’operatore facilita, a livello relazionale, esperienze emozionali correttive.
L’intervento comunitario prevede un lungo lavoro di consolidamento dei cambiamenti comportamentali, attitudinali e affettivi avvenuti, con la fatica di gestire anche eventuali regressioni.
Le comunità sono partite dai volontari e da ex-utenti, nel tempo si sono poi arricchite di figure professionali preparate. La professionalità infatti appare sempre più importante, in ragione della pluralizzazione delle utenze e dei trattamenti, così come la stretta connessione con la rete dei servizi, al cui interno le relazioni trasversali sono favorite anche dalla comune matrice professionale.
In questo percorso di crescita delle comunità è necessario rafforzare sia il sistema di formazione professionale che la valorizzazione agli apprendimenti informali basati sullo sviluppo e scambio di buone prassi in modo che le competenze professionali e le pratiche siano costantemente aggiornate.
La continuità valoriale, metodologica e relazionale, è un fattore fondamentale per dare unitarietà e continuità di intervento a tutto il percorso di allontanamento e “libertà” dalla dipendenza di sostanze stupefacenti e/o alcool.
E’ necessario un modello integrato circolare complesso che preveda la presenza di diverse figure professionali che, con pari dignità, interagiscono nell’équipe integrandosi tra loro e facendo rete con il servizio pubblico territoriale, al fine di mettere in campo interventi coerenti ed efficaci.
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