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ARISTOTELE - Politica - Musica

Aristotele sosteneva che il governo migliore dovesse rendere i cittadini felici e virtuosi. A tal fine fondamentale era l’educazione che non poteva non comprendere la Musica, quale disciplina sostanzialmente inutile che insegna però a stare nobilmente in ozio.

Libro VIII

Quattro sono all'incirca le materie con cui si suole impartire l'educazione, la grammatica, la ginnastica, la musica e quarta, secondo alcuni, il disegno: grammatica e disegno si insegnano perché sono utili alla vita e di vasto impiego: la ginnastica in quanto concorre a sviluppare il coraggio: ma sulla musica potrebbe già sorgere qualche dubbio. Adesso, è certo in vista del piacere che i più vi si dedicano, ma dapprincipio l'inclusero nell'educazione perché la natura stessa cerca, s'è già detto più volte, non solo di poter operare come si deve, ma anche di stare in ozio nobilmente: perché è questo il principio unico di ogni azione, ripetiamolo anche a questo proposito. E se entrambe le cose sono necessarie, ed è preferibile l'ozio all'azione, anzi ne è il fine, bisogna cercare di stare in ozio facendo quel che si deve. Non certo giocando, che allora di necessità il fine della vita sarebbe per noi il gioco: ma se questo è impossibile e si deve piuttosto ricorrere al gioco durante l'attività (perché chi lavora ha bisogno di riposo e il gioco è proprio in vista del riposo, mentre l'attività va di pari passo con la fatica e la tensione) ne segue che bisogna introdurre i giochi badando bene all'opportunità del loro impiego, perché l'introduciamo a scopo di medicina. In effetti un siffatto movimento dell'anima è rilassamento e, mediante il piacere, riposo. Ma lo stare in ozio par che contenga da sé il piacere, la felicità, uno stato di vita beato. E ciò appartiene non a quelli che operano, bensì a quelli che stanno in ozio, perché chi è in attività lo è proprio perché vuole raggiungere un qualche fine che attualmente non possiede, mentre la felicità è fine e tutti la ritengono accompagnata non dal dolore ma dal piacere. Ora questo piacere non lo concepiscono nello stesso modo, ma ciascuno secondo il suo punto di vista e la sua disposizione: i migliori, comunque, cercano il piacere migliore e che deriva dalle fonti più belle. Di conseguenza è chiaro che bisogna imparare ed essere educati in talune cose in vista dell'ozio che c'è nello svago nobile, e che queste discipline e queste nozioni sono in funzione di se stesse, mentre quelle che servono alla attività pratica vanno riguardate come necessarie e in funzione di altro. Per ciò gli antenati inclusero la musica nell'educazione, non in quanto necessaria (perché non ha niente di necessario) né in quanto utile (come la grammatica lo è per gli affari e per reggere la casa e per acquistare il sapere e per molte attività della vita civile e pare che anche il disegno sia utile per dare un giudizio più preciso sulle opere degli artigiani) né al modo della ginnastica, in vista della salute e dell'ardore in battaglia (perché nessuno di questi due risultati vediamo prodotti dalla musica): rimane dunque ch'essa serve a ottenere lo svago nobile che c'è nell'ozio e per questo pare che l'abbiano introdotta. In realtà essi le danno un posto in quella forma di ricreazione che ritengono propria degli uomini liberi. Per questa ragione Omero ha poetato così: Ma lui soltanto si deve chiamare al festoso banchetto, quindi, dopo aver nominato alcuni altri dice: Essi chiamano l'aedo che tutti quanti rallegri.

E altrove Odisseo dice che la ricreazione migliore è quando, tra la gioia di tutti, i banchettanti in casa l'aedo ascoltano, assisi l'un presso l'altro.

E' chiaro perciò che esiste una forma di educazione nella quale bisogna educare i figli non perché utile né perché necessaria, ma perché liberale e bella: se poi è unica o di più specie e in questo caso, quali sono e come, si deve dire in seguito. Per ora solo di tanto ci siamo spinti avanti nella questione perché abbiamo anche da parte degli antichi una conferma, derivata proprio dagli insegnamenti comunemente riconosciuti: ed è la musica che lo dimostra. E' pure chiaro che talune delle materie utili non devono essere insegnate ai ragazzi solo per l'utile, come ad esempio lo studio della grammatica, ma anche perché per loro mezzo si possono apprendere molte altre conoscenze: allo stesso modo impareranno il disegno non per evitare errori nelle loro compere private e quindi non per non essere ingannati nella compera o nella vendita delle cose, bensì piuttosto perché rende osservatori della bellezza del corpo. Cercare da ogni parte l'utile non s'addice affatto a uomini magnanimi e liberi. E poiché è evidente che bisogna educare i ragazzi con le abitudini prima che con la ragione, e nel corpo prima che nella mente, è chiaro da ciò che si devono affidare i fanciulli agli esercizi ginnastici e pedotribici, perché di questi gli uni conferiscono una certa qualità alla costituzione del corpo, gli altri insegnano gli esercizi.

[…]

Intorno alla musica abbiamo mosso talune questioni anche prima, ma è bene riprendendole adesso portarle avanti, perché siano quasi un preludio ai discorsi che si potrebbero fare approfondendo l'argomento. Non è certo facile determinare quale potenza essa possiede, né per quale fine conviene darsi ad essa, se per divertimento e per riposo, come si fa col sonno e col bere (perché queste cose, in sé, non sono serie ma piacevoli e nello stesso tempo «riposano la cura», come dice Euripide: per ciò la mettono sullo stesso piano di quelle e fanno di tutte lo stesso uso e cioè del sonno, del bere e della musica e ci mettono insieme anche la danza) o piuttosto si deve pensare che la musica promuove in qualche modo la virtù, perché, come la ginnastica da al corpo una certa qualità, così anche la musica è in grado di dare una certa qualità al carattere, in quanto abitua a poter godere i veri piaceri, oppure concorre in qualche modo alla ricreazione intellettuale e alla cultura dello spirito (e questo si deve porre come terzo tra i punti di vista ricordati). Ora che non si debbano educare i giovani in vista del divertimento, non è dubbio (non si divertono davvero quando imparano: l'imparare è accompagnato da sofferenza). E neppure conviene assegnare a ragazzi o a giovani di quest'età una ricreazione intellettuale (perché ciò che è fine non s'addice a chi non è pienamente sviluppato). Ma forse, si potrebbe pensare, lo studio della musica da parte dei ragazzi è in funzione del divertimento che potranno avere una volta diventati uomini e pienamente sviluppati. Ma se è così, perché dovrebbero impararla loro e non piuttosto, come i re dei Persiani e dei Medi, procurarsi il diletto e l'istruzione per mezzo di altri che vi si dedicano per professione? Coloro che hanno fatto della musica un'occupazione e un mestiere, lo compiono di necessità meglio di chi vi attende quel po' di tempo che basta per impararla soltanto. E se dovessero affaticarsi loro di persona intorno a tali studi, dovrebbero pure attendere essi, di persona, alla preparazione delle pietanze: il che è assurdo. La stessa difficoltà sorge a proposito della questione se la musica può migliorare il carattere: perché devono impararle loro, le nozioni musicali, e non godere invece i veri piaceri, e poter dare un giudizio, ascoltando altri, come fanno i Laconi? Essi, infatti, pur non imparando musica, possono tuttavia giudicare a dovere, come si dice, di melodie buone e di melodie non buone. Lo stesso ragionamento vale se bisognasse usare la musica per un godimento sereno e una ricreazione liberale: perché dovrebbero impararla di persona e non godere dell'opera di altri che la praticano per mestiere? Si può anche considerare la concezione che abbiamo degli dèi: in realtà per i poeti non è Zeus, lui in persona, che canta o suona la cetra, che anzi costoro li chiamiamo ignobili e una tale azione non si ritiene propria se non di chi è ebbro e si diverte.

Ma forse su tali questioni si dovrà indagare in seguito. La prima ricerca è se non dobbiamo o dobbiamo includere la musica nell'educazione e qual è il suo valore tra i tre sui quali si sono mossi dubbi, se cioè vale come educazione o come divertimento o come ricreazione intellettuale. È ragionevole riportarla a tutt'e tre e in verità pare che ne partecipi davvero. Infatti il divertimento è in vista del riposo e il riposo è di necessità piacevole (perché è una medicina delle sofferenze procurate dalle fatiche): la ricreazione intellettuale per ammissione concorde di tutti deve avere non soltanto nobiltà ma anche piacere (perché l'essere felici deriva proprio da questi due elementi) e la musica diciamo tutti che è delle cose più piacevoli, sia sola, sia accompagnata dal canto (perciò anche Museo afferma che «per i mortali piacere supremo è il cantare» ed è per questo che a ragione l'introducono nelle riunioni o nei trattenimenti, in quanto è fattore di allegria): di conseguenza anche per tale causa si potrebbe supporre che i giovani devono apprenderla. Infatti tutti i piaceri innocenti non solo sono convenienti al fine, ma anche al riposo e poiché raramente capita agli uomini di raggiungere il fine, mentre spesso si riposano e si danno ai divertimenti non tanto in vista d'un ulteriore oggetto, ma solo per il piacere, sarebbe utile trovare riposo nei diletti che dalla musica derivano.

È però capitato agli uomini di farsi dei divertimenti un fine: in realtà pure il fine contiene forse un piacere, anche se non uno qualsiasi, e cercando questo prendono l'altro come se fosse questo, perché ha una certa eguaglianza col fine delle azioni. E infatti il fine non è desiderabile in vista di qualcosa che ne risulterà, e i piaceri di tal sorta non lo sono in vista di qualcosa che ne risulterà, bensì di cose accadute, quali le fatiche e la sofferenza. E si potrebbe a ragione supporre che è questa la causa per cui gli uomini cercano di procurarsi la felicità mediante tali piaceri: quanto al darsi alla musica, non si può spiegare solo con questa ragione, ma anche perché, come pare, è utile al riposo. Nondimeno si potrebbe indagare se ciò non sia accidentale, mentre la natura della musica è più elevata di quanto non lasci supporre l'uso predetto, e si deve quindi trame non soltanto il comune piacere, che tutti sentono (perché la musica ha in sé un piacere naturale per cui il ricorrere ad essa è gradito a tutte le età e a tutti i caratteri) ma vedere se per caso il suo influsso non si eserciti anche sul carattere e sull'anima. Ciò sarebbe evidente se il nostro carattere assumesse determinate qualità sotto il suo influsso. Ora che assumiamo determinate qualità è reso evidente da molte e altre prove e non meno dai canti di Olimpo: tali canti, si ammette concordemente, rendono le anime entusiastiche e l'entusiasmo è un'affezione dell'atteggiamento morale dell'anima. Inoltre tutti, ascoltando suoni imitativi, sono gettati nello stato d'animo corrispondente, anche se non c'è l'accompagnamento dei ritmi e dei canti. Ma poiché succede che la musica sia delle cose piacevoli, e la virtù concerne il godere, l'amare e l'odiare in maniera giusta, è chiaro che a niente bisogna tanto interessarsi e abituarsi quanto al giudicare in maniera giusta e al godere di caratteri virtuosi e di nobili azioni: in realtà nei ritmi e nei canti vi sono rappresentazioni, quanto mai vicine alla realtà, d'ira e di mitezza, e anche di coraggio e di temperanza e di tutti i loro opposti e delle altre qualità morali (e questo è provato dall'esperienza, che quando li ascoltiamo, data la loro natura, sentiamo una trasformazione nell'anima): l'abitudine, poi, di addolorarsi o di gioire di fronte alle rappresentazioni è un po' come il comportarsi allo stesso modo nella realtà (ad esempio se uno si rallegra guardando l'immagine di un altro non per altro motivo che per l'aspetto, è necessario che pure la vista di colui del quale guarda l'immagine gli riesca piacevole). Succede però che negli altri oggetti di sensazione non c'è imitazione di qualità morali, ad esempio negli oggetti del tatto e del gusto, in quelli della vista debolmente (in effetti ci sono delle forme che hanno tale potere, ma in piccola misura e <non> tutti hanno parte in siffatta percezione. Inoltre queste cose, intendo cioè figure e colori, non sono imitazioni di caratteri, ma piuttosto segni, e questi sono in rapporto al corpo soggetto a determinate emozioni. Nondimeno, nella misura in cui c'è una differenza nella contemplazione di queste immagini, bisogna che i giovani ammirino non i quadri di Pausone ma quelli di Polignoto e di ogni altro pittore o scultore che rappresenti le qualità morali): invece proprio nelle melodie c'è l'imitazione dei caratteri (e questo è chiaro, perché, per cominciare, la natura dei modi musicali è differente, sicché chi li ascolta si dispone diversamente e non ha lo stesso atteggiamento di fronte a ciascuno di essi, ma di fronte a taluni si sente piuttosto triste e grave, come ad esempio di fronte a quello chiamato «mixolidio», di fronte ad altri, per esempio quelli molli, più abbandonato nello spirito, di fronte a un altro, soprattutto, moderato e composto, il che produce a quanto pare, unico tra tutti, quello dorico, mentre quello frigio produce uno stato d'entusiasmo. Ciò dicono giustamente quanti hanno studiato tale forma di educazione e prendono le prove delle loro teorie proprio dalla realtà). Nello stesso modo stanno le cose riguardo ai ritmi (alcuni hanno un carattere più grave, altri agitato, e di questi taluni hanno movimenti più volgari, altri più nobili). Da tali considerazioni è chiaro che la musica può esercitare un qualche influsso sul carattere dell'anima e se può far questo, è chiaro che bisogna accostarle i giovani ed educarli in essa. L'insegnamento della musica è adatto a una natura giovanile: i giovani, infatti, per la loro età, non accettano di buon grado niente se non è in qualche modo addolcito, e la musica per sua natura serve come condimento. E par che ci sia una certa parentela tra modi musicali e ritmi, sicché molti sapienti dicono che l'anima è armonia, altri che contiene armonia.

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