Il linguaggio, secondo la riflessione di Thomas Hobbes, permette di trasformare il discorso mentale in discorso verbale. Proprio in virtù di questa capacità, il linguaggio e l’uso generale delle parole rendono possibile il ragionamento.
L’uso generale della parola è quello di trasformare il nostro discorso mentale in discorso verbale, o la serie dei nostri pensieri in una serie di vocaboli, e ciò per due vantaggi, di cui uno è la registrazione delle conseguenze dei nostri pensieri, i quali, essendo atti a sfuggire alla memoria e a porci di fronte ad una nuova fatica, possono essere di nuovo rievocati da quei vocaboli con cui furono contrassegnati. Cosicché il primo uso dei nomi è quello di servire da contrassegni o note della memoria. Si ha l’altro, quando parecchi usano gli stessi vocaboli per significarsi l’un l’altro (mediante la connessione e l’ordine di essi) ciò che concepiscono o pensano su ciascuna questione, e anche ciò che desiderano, temono o per cui hanno qualche altra passione. In questo uso sono chiamati segni. Usi speciali della parola sono questi: primo, registrare ciò che con la cogitazione troviamo essere la causa di qualcosa, presente o passata, e ciò che troviamo poter essere prodotto o effettuato da cose presenti o passate; ciò è, insomma, l’acquisizione delle arti; secondo, mostrare agli altri la conoscenza che abbiamo conseguito, cioè consigliarsi e istruirsi l’un l’altro; terzo, far conoscere agli altri i nostri voleri e propositi per poter avere mutuamente ciascuno l’aiuto dell’altro; quarto, compiacere e dilettare noi stessi e gli altri, con il trastullarci con i nostri vocaboli per piacere o per ornamento, innocentemente.
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